Horror Prandelli

Sui motivi per cui l’Italia è uscita dal Mondiale brasiliano avremo modo di riflettere per buona parte dell’estate sulle sdraio, al bar, in ufficio, dopo il calcetto: da bravi cornuti faremo sfoggio di condizionali e imperfetti per infierire su una Nazionale che dopo la partita contro l’Inghilterra destinavamo, senza dubbio alcuno, a colpi di tiki taka almeno fra le prime 4. Ma al 96esimo del secondo tempo di Italia – Uruguay  Cesare Brandelli aveva già perso la fiducia di milioni di persone che, faticosamente, avevano accettato il suo spregiudicato modo di giocare e la spregiudicata rosa portata nel paesao meravigliao. Una rosa senza fascino, con una marea di viziati e campioni solo chiacchiere e distintivo. Una rosa senza gente brutta, rognosa, in cerca di gloria dopo magari una stagione passata in panchina a marcire, senza voglia di rivalsa, abituata a vincere facile in un campionato narcotico.

Che orrore.
Che orrore.

Che orrore.

Dire che Brandelli abbia fallito, oggi, è un po’ troppo facile. E meschino fingere di aver previsto tutto. Anche perché gli aliti  dei 60 milioni di tecnici che ogni santo giorno discutono di calcio avevano cominciato a dimostrare una certa pesantezza solo dopo che la Costa Rica ci aveva rifilato un golazo ridimensionando la precedente vittoria contro l’Inghilterra. Prima del tracollo contro la nazionale centroamericana, i giornali erano stati un profluvio di orrendi complimenti al tecnico di Orzaioli e a Mario Paperelli: tiki Italia, Marione, ci crediamo, l’armonia, etc. E al bar, in ufficio e in coda alla posta si sprecavano i “però l’Italia al Mondiale fa sempre bene”, “tutti ci temono, alla fine”, “ai quarti ir Brasile se la deve giocà”, “semo li mejo”.

Poi la dura realtà della Costa Rica e la “garra” degli uruguagi che ci eliminano con un colpo di scapola, su calcio d’angolo.

Una buona difesa.

E poi l’orrore della conferenza stampa in cui, uno dopo l’altro, si dimettono Prandelli Cesare e Abete Giancarlo. Due orrori al prezzo di uno: in diretta, peraltro, e in fascia protetta.

Due orrori diversi.

Quello di Prandelli, non atteso visto anche il recente rinnovo del contratto, è un orrore in divenire: la sconfitta con l’Uruguay ne rappresenta il culmine ma la genesi è chiaramente il giorno dopo la sconfitta penosa con la Costa Rica. Giorno in cui è capace di sconfessare le sue convinzioni – le stesse che hanno tenuto fuori Rossi, Ranocchia, Florenzi e, perché no, Berardi – e  certezze per venire incontro alle aspettative italiote che pretendevano Immobile, la difesa a tre, l’eliminazione di Thiago Motta e Marchisio a fluidificare: roba da Rino Gaetano. L’orrore di cedere alle scorregge dei 60 milioni di tifosi italiani è l’inizio che trova la fine nelle dimissioni immediate dopo la disfatta. Come dire: la pensavo in un modo, l’ho fatta in un altro e poi mi son cacato sotto.

Quello di Abete è un orrore altrettanto inatteso ma molto più letale. Sentir la sua bocca pronunziar, dopo una disfatta senza eguali, dopo decenni di FIGC, i termini, uno dietro l’altro, “onestà intellettuale” (l’ha detto per ben due volte!) non poteva che provocare costipazioni prolungate e brividi, tant’è che la notizia stessa delle sue dimissioni è passata in secondo piano. Un orrore senza precedenti, spiazzante, capace di cancellare le ovvietà e le nefandezze degli inviati RAI in Brasile. E ce ne voleva.

E siccome di horror non siamo mai sazi, da stasera comincia il toto-cittì, con nomi spaventosi per la successione.

 

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