Largo ai giovani. Gli altri crepino.

Ho letto questa lettera, inviata a Franco Abruzzo ex presidente dell’OdG di Milano, e trovo doveroso diffonderla il più possibile. Perché, al di là della questione prettamente giornalistica, il problema esposto dall’anonima collega riguarda tutto il mondo del lavoro: ci si preoccupa (giustamente) del futuro dei “ggiovani” precari e per niente degli altrettanto precari cinquantenni.

Ognuno tragga le proprie considerazioni.

“Caro Franco Abruzzo, ti scrivo oggi perché il mio livello di esasperazione è ormai incontenibile.

Così mi sono detta: adesso parlo io. Sono assunta a tempo indeterminato da una testata che, oltre a dovermi migliaia di euro di arretrati, non è più in grado di pagare gli stipendi strozzata da debiti e vertenze ereditate dai vecchi datori di lavoro.

Siamo tra quelli che senza i contributi per l’editoria moriremmo nel giro di 24 ore. Quindi, dopo aver venduto oro di famiglia, ho parlato col presidente locale di Assostampa che cercherà di farmi avere 1500 euro attingendo la somma dal fondo Fnsi di solidarietà. Ma capisci bene che non basta.

La morale: ho un figlio minorenne orfano di padre. Sono monoreddito, ho accumulato debiti per 60 mila euro (non certo giocando alle carte o conducendo una vita dissennata, piuttosto li ho ereditati), e ormai mi mancano i soldi per le necessità di tutti i giorni avendo raschiato il fondo del barile ed essendo stata costretta a farmi sei mesi di aspettativa perché stavo sulle palle di chi comanda in redazione per colpa di gossip gratuito messo in giro da colleghi pettegoli, arrivisti e gelosi della mia popolarità televisiva e non solo.

E’ vero, ho ereditato immobili dai miei. Dopo tanta resistenza, sono entrata nell’ordine di idee di venderli, non svenderli, anche se rappresentano la mia sicurezza economica all’età della pensione e il castelletto per far studiare mio figlio all’università. Danaro che in seguito servirà, forse, anche a dargli una mano prima di avere un lavoro che gli consenta di vivere. Franco, io ti prego di usare questa lettera/sfogo per aprire una seria discussione pubblica sul precariato dei 50enni. A differenza dei giovani, non hanno neanche più la speranza di riuscire a campare da questo mestiere. Non ci considera più nessuno. Nessuno più ci offre lavoro. E’ inutile dirti che il mio curriculum è lungo così e sono presenti blasonatissime redazioni che hanno creduto in me. Ma con le collaborazioni, pagati quanto gli immigrati chiamati per la raccolta dei pomodori, non si campa. E faccio un’ultima considerazione: ci sono tanti miei colleghi che guadagnano al mese quanto io riesco a portare a casa in sei mesi (se va bene il mio stipendio è di 1300/1400 euro, o meglio: quello che dovrei portare a casa se prendessi regolarmente lo stipendio).

Questa sproporzione è normale? Anche questa professione ha un sistema drogato di gestione contrattuale proprio come quello dei politici. I contratti Frt e Aeranti- Corallo hanno, di fatto, creato giornalisti con contratti di serie A e di serie B, ma anche C rispetto a chi ha la fortuna di avere un contratto Fnsi. Potrei continuare all’infinito.

Ma non serve a nulla. 
Sai cosa mi fa male? 
Siamo la categoria che si occupa di tutte le vertenze nazionali. 
Ma la nostra? Siamo invisibili e ci notano solo quando di noi si dice che siamo dei cantastorie.

E sì, quello ci ridurremo a fare: i cantastorie in piazza per campare. Non interessa più a nessuno assumere i professionisti: costano troppo e conoscono bene in mestiere. 
Ora l’informazione si fa rubacchiando da internet e con i prodotti delle agenzie che costano molto meno di un dipendente.

Serena, ma anche no.”

R.B.

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