Troppo tardi

Nel post precedente, all’indomani del voto, avevo evidenziato come il M5S, pur avendo vinto – nel senso di aver ottenuto più voti di ogni altro partito – aveva in realtà perso le elezioni, sebbene la notte del 5 marzo i suoi leader, da Di Maio a Di Battista passando per Taverna, sostenessero il contrario.

Dopo circa due mesi di tira e molla, vicendevoli accuse tra forze più (Lega) e meno (PD) autorevoli per formare un governo di coalizione con il M5S, la situazione è oggi più chiara, anche se non seria.

Alle urne non si tornerà.

Perché nessuno gioca – a meno che non sia costretto – sapendo che perderà: PD, FI, e via via tutti gli altri fino alla Lega, sanno perfettamente che non solo non conviene tornare alle urne, ma che un’occasione per governare non si getta alle ortiche.

L’occasione è quella di erodere il consenso a un Movimento la cui parabola – più passa il tempo – è destinata a scendere dopo un’ascesa tanto clamorosa quanto, purtroppo, infruttuosa.

La Politica è – tra le tante – l’arte di approfittare.

Quel “dovranno venire a parlare con noi” che Di Battista ghignava la sera della “vittoria” è divenuto nel giro di pochi giorni “parliamo con tutti” fino a divenire, in questi giorni, “siamo disposti a governare pure col PD”.

Non poteva esserci scenario peggiore. E purtroppo, il poco lucido Di Maio – e coloro che mal lo hanno consigliato – ci è cascato con tutte le scarpe.

In molti sostengono che la politica è conversazione, trattativa, compromessi. La negazione di questi “cardini”, specie la ricerca dell’ultimo, è sempre stato ciò che ha distinto il M5S: il rifiuto del compromesso, il sacrificio di qualcosa per ottenere qualcos’altro.

Il Partito Democratico, nel momento peggiore della sua breve storia, al punto più basso del consenso, rischiava di andare al Governo. Come avrebbe potuto, un elettore del M5S, accettare una cosa del genere? Specie dopo aver ingoiato candidature mediocri  – o addirittura impresentabili – imposte “dall’alto”?

Ieri sera la trappola è scattata, con il “mai con loro” dell’innominabile politico all’innominabile televisivo.

Oggi, un Giggino rosicone invoca nuove elezioni.

Avrebbe dovuto chiederle prima: dopo, cioè, aver chiesto – e non trovato – l’appoggio incondizionato di una qualsiasi forza politica per la formazione di un Governo. O immediatamente dopo aver ottenuto la Presidenza della Camera. “Non volete governare con noi che siamo il primo partito? Bene, governate ancora voi, continuate a fare del male al Paese: noi faremo opposizione, lotteremo contro le vostre porcherie, e tra 5 anni convinceremo altri milioni di italiani”.

Questo avrebbe dovuto dire, Di Maio.

Mantenere un atteggiamento lineare, duro, conforme alle motivazioni e alle speranze degli elettori del M5S.

Chi si sbracciava sostenendo che “con la chiusura non si va da nessuna parte” oggi ha capito che l’effetto è lo stesso, ma la figura da fessi, l’idea che il Movimento sia formato da immaturi e  incompetenti, resta.

Invocare nuove elezioni oggi, dopo tutto quello che è stato fatto per “raccattare” un Governo, è tardi: è un po’ come il bambino che al campetto porta via il suo pallone perché la sua squadra perde.

Il problema di Di Maio – e del M5S – è che il pallone non è suo.

Ed è esattamente quel che da oggi in poi diranno Salvini, Berlusconi e Renzi, presto alleati in un Governo “responsabile”.

E al M5S, a Di Maio e ai suoi consigliori – davvero mediocri – servirà lottare con i denti per trattenere l’elettorato: perché dall’altra parte non saranno così scemi e sanno che il prossimo “governicchio” qualcosa di sensato dovrà farlo.

Certamente non toccherà l’infame legge elettorale che ha portato a tutto questo.

Al limite la peggiorerà.

E vissero tutti felici e contenti.

 

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